|
APPELLO: OPERAZIONE TRASPARENZA - DIRITTI UMANI E POLIZIA IN ITALIA

Nel decimo anniversario del G8 2001, che ebbe luogo a Genova dal 19 al 21 luglio, Amnesty International ha constatato con disappunto che le centinaia di vittime delle gravi violazioni dei diritti umani compiute in quei giorni da funzionari e agenti delle forze di polizia non hanno ottenuto piena giustizia, anche a causa della mancanza del reato di tortura nel codice penale e di misure di identificazione degli agenti durante le operazioni di ordine pubblico, come l’uso di codici alfanumerici sulle uniformi.
Ulteriore motivo di sconcerto è la mancanza di scuse alle vittime da parte delle autorità italiane e di un’analisi delle cause che provocarono violazioni gravi e massicce, tra cui aggressioni indiscriminate verso manifestanti pacifici e giornalisti; violenze ingiustificate nel raid della notte tra il 21 e il 22 luglio alla scuola Diaz; arresti arbitrari nel carcere provvisorio di Bolzaneto e maltrattamenti tra cui minacce di stupro e di morte, schiaffi, calci, pugni, privazione del cibo, dell’acqua, del sonno e posizioni forzate per tempi prolungati. Le sentenze di appello sulle violenze alla Diaz e a Bolzaneto emanate nel 2010 e le decisioni emerse in altri procedimenti riconoscono responsabilità di agenti e funzionari delle forze di polizia per violenze fisiche e psicologiche, calunnie, falso. Ciononostante, il riconoscimento giudiziale degli abusi non è stato accompagnato da sanzioni penali che ne riflettessero la gravità, a causa della mancanza del reato di tortura nel codice penale e la prescrizione per i reati minori, conducendo così, in molti casi, all’impunità.
Diversi casi emersi nei 10 anni trascorsi da quegli eventi hanno continuato a chiamare in causa le responsabilità delle forze di polizia, confermando l’urgenza di misure legislative e istituzionali per la prevenzione delle violazioni. La condanna in appello per omicidio colposo degli agenti ritenuti responsabili della morte di Federico Aldrovandi durante un fermo nel 2005; la sentenza per omicidio volontario dell’agente di polizia stradale che nel 2007 esplose il colpo di pistola che uccise Gabriele Sandri; i procedimenti in corso per la morte di Aldo Bianzino, Giuseppe Uva e Stefano Cucchi mentre si trovavano in stato di custodia; le accuse di lesioni, aggressione, sequestro di persona e calunnia agli agenti della polizia municipale che tennero in stato di fermo Emmanuel Bonsu; sono fatti che dovrebbero interrogare profondamente le istituzioni italiane e che confermano l’urgenza di misure legislative e istituzionali per la prevenzione degli abusi.
Le forze di polizia sono attori chiave nella protezione dei diritti umani in ogni paese: hanno, tra le proprie responsabilità, quelle di ricevere denunce su abusi dei diritti umani, svolgere le indagini e garantire il corretto svolgimento delle manifestazioni, proteggendo chi vi partecipa da minacce e violenze. Perché questo ruolo sia riconosciuto nella sua importanza e svolto nella piena fiducia di tutti, sono essenziali il rispetto dei diritti umani, la prevenzione degli abusi, il riconoscimento delle responsabilità e una complessiva trasparenza.
Amnesty International chiede agli stati di assicurare che le forze di polizia operino nel rispetto degli standard internazionali sull’uso della forza e delle armi, di prevenire violazioni dei diritti umani e di assicurare indagini rapide e approfondite e procedimenti equi per l’accertamento delle responsabilità, quando emergano denunce di violazioni.
In Italia mancano tuttora importanti strumenti per la prevenzione e la punizione degli abusi, quali organismi di monitoraggio sul rispetto dei diritti umani e sui luoghi di detenzione, misure di identificazione degli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico e la previsione del reato di tortura nel codice penale.
Firma anche tu questo appello seguendo questo link
|